Ogni anno migliaia di tonnellate di abiti usati finiscono nei quasi 1.800 cassonetti gialli "Dona Valore" presenti nella diocesi di Milano.
Una quantità di molto superiore al fabbisogno delle persone in difficoltà, che sono aiutate da raccolte e donazioni locali dei guardaroba parrocchiali e dei centri d'ascolto Caritas, spiega Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale.
I capi lasciati nei cassonetti gialli danno vita a una filiera industriale — ma non per questo meno etica — che dà lavoro a persone fragili e riduce l'impatto ambientale della moda.
Un progetto che nasce nel 1998, quando Caritas Ambrosiana si interrogò su come gestire la crescente "montagna" di abiti dismessi dai cittadini.
Il primo obiettivo è sociale: l'inclusione lavorativa.
Nel 2024 Vesti Solidale — che gestisce circa metà dei cassonetti della diocesi, in particolare nelle province di Milano e Monza e Brianza — ha dato occupazione a 63 persone nel progetto "Dona Valore", in gran parte svantaggiate e fragili, tra coordinatori, addetti alla raccolta e alla selezione. Allargando lo sguardo alla Rete Riuse, che riunisce nove cooperative attive nelle diocesi di Milano, Bergamo e Brescia, nel 2023 gli occupati erano complessivamente 118, di cui 33 persone svantaggiate (disabili, ex tossicodipendenti, ex detenuti) e 44 fragili, cioè con scarse probabilità di rientrare autonomamente nel mercato del lavoro.
Il secondo obiettivo è sempre sociale: la solidarietà economica.
C'è poi una componente di solidarietà economica: fino al 2024 una quota dei proventi della raccolta è stata destinata a progetti sociali di altre cooperative del Consorzio — oltre 345 mila euro solo nell'ultimo anno utile. In un quarto di secolo, dal 1998 al 2024, le cooperative di Riuse hanno distribuito così circa 5,7 milioni di euro a favore di 225 progetti e circa 9mila beneficiari (anziani, minori, migranti, persone con disabilità, donne vittime di violenza e tratta) nella sola diocesi di Milano.
Un contributo che dal 2025 è stato azzerato, a causa della crisi che sta attraversando il settore.
Dal cassonetto in poi: una filiera etica e industriale.
Il viaggio di un capo comincia dalla raccolta nei cassonetti e prosegue verso il Textile Hub di Rho, l'impianto da 12mila metri quadrati e 8 milioni di euro di investimento inaugurato a marzo 2024, con una capacità di trattamento fino a 20mila tonnellate l'anno.
Qui i capi vengono selezionati, scerniti e igienizzati con l'ozono: quelli di qualità superiore tornano in circolo nei negozi a marchio SHARE o vengono inviati ai mercati di altri Paesi, soprattutto extraeuropei; gli altri vengono avviati al riciclo tessile — trasformati in nuove fibre o "pezze" per uso industriale, con progetti pilota anche per nylon e cuoio — mentre solo una quota residua tra il 5% e il 10% finisce in termovalorizzazione. Un lavoro fatto ancora a mano, perché l'occhio umano resta oggi il più affidabile nel riconoscere mode e caratteristiche dei tessuti.
I numeri del 2024 fotografano bene la fase delicata che il comparto attraversa: +15% di materiale raccolto da Vesti Solidale (7.050 tonnellate), ma ricavi in calo del 7% (2,8 milioni di euro) rispetto al 2023.
Le cause si intrecciano: l'obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili introdotto senza che le amministrazioni pubbliche si fossero attrezzate per gestirla, la pressione del fast fashion — che immette sul mercato volumi crescenti di capi in fibre scadenti e poco riciclabili — e il mancato recepimento in Italia della responsabilità estesa del produttore (EPR), la normativa europea che obbligherà produttori e venditori a farsi carico dei costi di fine vita dei tessili. Il risultato è un crollo del valore della frazione riutilizzabile fino al 70% rispetto ai livelli pre-2020, con selezionatori che non riescono più a garantire prezzi sufficienti agli operatori della raccolta.
Nonostante la crisi, Vesti Solidale ha scelto di investire anziché arretrare, puntando sul controllo diretto dell'intera filiera. Dal 2014 il progetto di moda sostenibile SHARE — Second Hand Reuse propone capi di seconda mano selezionati e igienizzati, spesso di marca e in perfette condizioni, in due negozi (Milano, via Padova 36, e Paderno Dugnano) e sei corner all'interno di punti vendita Carrefour, tra Lombardia e Piemonte; anche qui a lavorare sono spesso persone che faticano da tempo a trovare un'occupazione.
A garantire la cura del tessile contribuisce anche Taivé – Un filo per l'integrazione, il laboratorio di stireria e cucito dedicato a donne fragili che si occupa di riparazione e personalizzazione dei capi.
Lovatti non nasconde le difficoltà, ma rilancia un appello: servono tempi certi per l'entrata in vigore della responsabilità estesa del produttore, sostegni transitori per non far collassare la raccolta differenziata del tessile, e una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini nell'uso corretto dei cassonetti gialli.
Perché dietro ogni abito lasciato in un cassonetto, ricorda, c'è il lavoro quotidiano di migliaia di persone impegnate a garantire opportunità ai più fragili e un ambiente più vivibile per tutti.