In un’epoca segnata da profonde trasformazioni demografiche e da una pressione senza precedenti sui conti pubblici, il sistema di protezione sociale italiano sta attraversando una fase di delicata ricalibratura. Le risposte tradizionali dello Stato faticano a tenere il passo con i nuovi rischi sociali, lasciando spazio a quello che gli esperti definiscono "secondo welfare": un insieme di protezioni e investimenti sociali mobilitati da attori privati e del Terzo Settore. In questo scenario, la ricerca presentata nel volume "Il welfare aziendale nelle cooperative lombarde: dinamiche sociali e di mercato", curata da Franca Maino, Rita Florio, Riccardo Grazioli e Stefano Ronchi, getta una luce nuova su un comparto che, per vocazione, dovrebbe essere il terreno più fertile per queste pratiche.
Lo studio, realizzato nell’ambito del progetto MUSA (Multilayered Urban Sustainability Action) e finanziato dal PNRR, analizza come le cooperative lombarde stiano interpretando il welfare aziendale non solo come un obbligo contrattuale, ma come una potenziale leva di benessere per i propri soci e lavoratori. Tuttavia, il quadro che emerge dalla ricerca, condotta su un campione di 111 cooperative e 120 lavoratori, rivela un equilibrio complesso tra ideali di solidarietà e dure necessità di bilancio.
Una vocazione naturale messa alla prova dal mercato
Le cooperative rappresentano, sulla carta, l'ecosistema ideale per lo sviluppo del welfare aziendale. Fondate su valori di democrazia, eguaglianza e mutuo soccorso, queste imprese pongono teoricamente il benessere dei soci al centro della propria missione. I dati della ricerca confermano questa inclinazione: circa il 69% delle cooperative intervistate offre già prestazioni di welfare, una percentuale che sale al 75% se si isolano le cooperative sociali. Sorprendentemente, a differenza del settore profit dove il welfare è appannaggio quasi esclusivo dei colossi industriali, in Lombardia anche le micro e piccole cooperative mostrano un dinamismo inaspettato.
Eppure, questa "spinta gentile" verso la cura dei lavoratori si scontra con una realtà economica spesso impietosa. Molte cooperative, specialmente quelle attive nel settore socio-educativo e sanitario, operano con margini ridottissimi, strette tra contratti d’appalto pubblici al ribasso e la necessità di restare competitive sul mercato. In questo contesto, il welfare aziendale rischia di essere percepito non come un investimento strategico, ma come un "lusso" o, peggio, come una mera integrazione salariale a basso costo per compensare stipendi mediamente inferiori rispetto ad altri settori. Non è un caso che gli strumenti più diffusi siano la flessibilità oraria e i fringe benefit, come i buoni spesa o carburante, scelti per la loro facilità di gestione e per i vantaggi fiscali che offrono sia all'impresa che al dipendente.
L’ostacolo dell’effetto Matteo: un'opportunità ancora diseguale
Uno dei dati più significativi e critici emersi dall'indagine riguarda la distribuzione di questi benefici. La ricerca evidenzia chiaramente il persistere del cosiddetto "effetto Matteo": un fenomeno per cui le politiche sociali finiscono per avvantaggiare chi gode già di una posizione di forza, lasciando indietro i più vulnerabili. All'interno delle stesse cooperative lombarde, l’accesso alle misure di welfare è profondamente stratificato: se il 100% dei manager e responsabili tecnici intervistati dichiara di utilizzare regolarmente gli strumenti a disposizione, la percentuale crolla al 50% tra gli operai e i lavoratori con mansioni manuali.
Questa disparità non è quasi mai frutto di una volontà esplicita della dirigenza, ma deriva da barriere invisibili di natura informativa e digitale. Chi lavora in ufficio ha un accesso costante alla posta elettronica e ai canali di comunicazione aziendali, mentre chi opera "sul campo" — spesso in turni frammentati o presso sedi diverse — rischia di restare escluso dal flusso di informazioni. Inoltre, la crescente digitalizzazione delle piattaforme di welfare, se da un lato snellisce le pratiche, dall'altro crea un divario per chi ha meno competenze tecnologiche o non dispone di dispositivi adeguati. Il paradosso è evidente: proprio i lavoratori che trarrebbero il maggior beneficio economico da rimborsi sanitari o sostegni all'istruzione sono quelli che, più spesso, "preferiscono lasciar perdere" di fronte a procedure burocratiche percepite come troppo complesse.
Dalla busta paga alla cura: le sfide di una filiera corta
Guardando al futuro, la ricerca suggerisce che il welfare aziendale cooperativo si trova davanti a un bivio strategico. Finora, la domanda dei lavoratori si è concentrata su bisogni immediati: il 35% dei rispondenti indica i buoni acquisto come la misura prioritaria, vedendo nel welfare un aiuto concreto per far quadrare il bilancio familiare in tempi di inflazione. Tuttavia, esiste una domanda latente di servizi più strutturati legati alla sanità integrativa e alla previdenza complementare, ambiti in cui i lavoratori manifestano una preoccupazione crescente per il proprio futuro.
Per superare queste ombre, le fonti indicano come fondamentale il ruolo dei servizi per le risorse umane e delle parti sociali. La presenza di un ufficio HR strutturato agisce come un catalizzatore, capace di trasformare il welfare da semplice elenco di prestazioni a strategia inclusiva, grazie a una comunicazione multicanale e a un accompagnamento diretto dei lavoratori meno digitalizzati.
Inoltre, emerge la prospettiva affascinante della "filiera corta" del welfare. Le cooperative sociali, che per mestiere erogano servizi di cura alla comunità, potrebbero diventare esse stesse fornitrici di welfare per le altre cooperative del territorio. Immaginare convenzioni dove i soci di una cooperativa edilizia accedono a costi ridotti agli asili nido o ai servizi di assistenza domiciliare di una cooperativa sociale significa non solo rafforzare l'economia sociale lombarda, ma anche restituire al welfare aziendale la sua vera missione: non una semplice aggiunta in busta paga, ma un'infrastruttura di benessere collettivo capace di generare valore sociale nel territorio.