L’emigrazione dei giovani italiani continua a crescere e si conferma come uno dei segnali più evidenti delle difficoltà strutturali del Paese. Salari stagnanti, opportunità professionali limitate e un mercato del lavoro incapace di garantire stabilità e redditi adeguati spingono sempre più under 35 a cercare all’estero prospettive che in Italia faticano a trovare. Una dinamica aggravata dal ritorno, nel 2024, della povertà lavorativa sopra la media europea, che rende ancora più fragile la condizione occupazionale delle nuove generazioni.
Questo contesto si riflette direttamente sulla capacità del sistema produttivo di trattenere e valorizzare il capitale umano giovane. La difficoltà non riguarda soltanto il lavoro dipendente, ma investe anche l’imprenditoria, che da anni mostra segnali di progressivo indebolimento. Il 2025 conferma infatti un trend negativo ormai strutturale dell’imprenditoria giovanile italiana, strettamente connesso all’invecchiamento demografico e all’incapacità delle imprese di assicurare un adeguato ricambio generazionale.
Negli ultimi dieci anni lo stock di imprese giovanili ha subito una contrazione significativa: dalle 548 mila unità del 2015 si è scesi a circa 427 mila nel 2025, con una perdita superiore al 20%. Un ridimensionamento che segnala non solo minori nuove iniziative, ma anche una crescente difficoltà nel garantire continuità nel tempo ai progetti imprenditoriali avviati dai giovani.
All’interno di questo quadro già critico, la cooperazione giovanile appare come l’anello più debole. Il settore attraversa una crisi particolarmente profonda: in dieci anni il numero di cooperative giovanili attive è crollato da 7.718 a 2.263, registrando una flessione del 70,7%, tre volte superiore rispetto a quella osservata per l’imprenditoria giovanile nel suo complesso. Una dinamica che segnala una perdita di attrattività del modello cooperativo per le nuove generazioni, nonostante il suo potenziale ruolo di inclusione, mutualità e radicamento territoriale.
Nel 2025 il processo di indebolimento prosegue. Le cooperative giovanili attive continuano a diminuire e, sebbene le cessazioni crescano solo lievemente, superano largamente le nuove iscrizioni. Il saldo tra iscrizioni e cessazioni non d’ufficio resta formalmente positivo, ma la sua entità si è drasticamente ridotta nel tempo, risultando ormai insufficiente a compensare la progressiva uscita delle cooperative che perdono i requisiti anagrafici per essere classificate come “giovanili”.
Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno si conferma il principale bacino della cooperazione giovanile, con Sicilia e Campania ai vertici per numero di cooperative. Tuttavia, anche in queste regioni si registrano cali significativi, a conferma di una crisi diffusa e non circoscritta ad alcune aree del Paese. Non a caso, nel 2025 la quota di cooperative giovanili sul totale delle cooperative italiane scende al minimo storico del 3,9%.
Sul piano settoriale, le cooperative giovanili risultano concentrate prevalentemente nelle attività sociali e sanitarie, coerentemente con la tradizionale vocazione del movimento cooperativo. Tuttavia, l’incidenza più elevata si osserva nel turismo e nella ristorazione, comparti storicamente dinamici per l’imprenditoria giovanile ma anche caratterizzati da forte precarietà, stagionalità e margini ridotti.
Il quadro che emerge è quello di un indebolimento strutturale della cooperazione giovanile, che fatica ad attrarre nuove generazioni e a mantenere un ruolo rilevante nei territori. Le diverse specializzazioni regionali e settoriali, da sole, non appaiono sufficienti a invertire una tendenza decennale di progressiva erosione dello stock complessivo. Senza interventi mirati sul lavoro, sul credito, sulla formazione e sul ricambio generazionale, il rischio è che la cooperazione giovanile perda definitivamente la sua funzione di leva per lo sviluppo inclusivo e per la permanenza dei giovani nel sistema produttivo italiano.