C'è una sentenza che sta facendo discutere il mondo del terzo settore: il Tar Piemonte ha imposto l'adeguamento delle tariffe dei servizi sociali e sociosanitari all'aumento dei costi del personale. Abbiamo chiesto a Davide Damiano, neoeletto presidente di Federsolidarietà Milano e dei Navigli, di commentarla — e di dire la sua anche sul prossimo decreto sul lavoro povero.
La risposta è netta, e va dritta al cuore del problema: «Questa vicenda non riguarda solo il diritto del lavoro. È, prima di tutto, un tema culturale».
Un lavoro qualificato che non viene riconosciuto
Damiano parte da un dato che dovrebbe far riflettere: occuparsi delle persone fragili — di chi è avanti con l'età, di chi ha difficoltà fisiche o economiche, di chi è ai margini — non è un lavoro qualsiasi. Richiede formazione, titoli di studio, responsabilità quotidiana. La professione di educatore è regolamentata dalla Legge Iori, che ha sancito l'obbligo della qualifica universitaria per l'esercizio professionale. Anche per diventare ASA o OSS è previsto un percorso formativo impegnativo.
Eppure, tutta questa professionalità rimane economicamente invisibile. «Chi ha scelto di stare a fianco degli ultimi si ritrova con uno stipendio inadeguato al proprio carico di lavoro e di responsabilità», sottolinea Damiano. Stipendi bassi bassi rispetto al profilo di studi, una quattordicesima arrivata a riconoscimento da poco, e una fatica immensa — per le cooperative stesse — nel riuscire ad adeguare i compensi ai propri lavoratori. Il risultato è un paradosso: un lavoro tanto necessario alla tenuta sociale quanto scarsamente remunerato.
La coperta sempre troppo corta
Chi opera nel sociale conosce bene l'immagine di una coperta che non arriva mai a coprire tutto. Le risorse sono cronicamente insufficienti, e sono i lavoratori delle cooperative a rammendare continuamente quella coperta — con un impegno instancabile che tiene uniti i fili della nostra società. Aiutando chi resta escluso, offrendo nuove possibilità a chi si è perso o è semplicemente rimasto indietro, curando non solo le singole persone in difficoltà ma il tessuto collettivo in cui tutti viviamo.
«Senza questo lavoro, staremmo tutti peggio», afferma Damiano. Eppure il riconoscimento — economico e culturale — continua a mancare.
Un paradosso tutto italiano
C'è poi una stortura tutta italiana che il presidente di Federsolidarietà Milano e dei Navigli non manca di segnalare: le cooperative di tipo B (inserimento lavorativo), quelle che si interfacciano con le aziende del mercato profit, trovano più facilmente riconoscimento per il proprio valore rispetto alle cooperative di tipo A (servizi alla persona), che si prendono cura dei più fragili e dialogano direttamente con le istituzioni pubbliche. Proprio quelle istituzioni che, più di chiunque altro, dovrebbero essere consapevoli dell'importanza del lavoro sociale.
«È un paradosso», dice Damiano. «Chi dovrebbe capire di più, spesso riconosce di meno».
Chi il lavoro non ce l'ha
Infine, non si può parlare di lavoro povero senza parlare di chi il lavoro non lo ha. L'esclusione lavorativa è esclusione tout court: significa non avere un posto nella società, soffrire per mancanza di futuro e di dignità. E ancora una volta, sono le cooperative sociali a farsi carico di questa sofferenza, a offrire un'opportunità concreta a chi non l'ha mai avuta.
In questo Primo Maggio, la riflessione di Damiano suona come un appello: riconoscere il lavoro di cura non è solo un atto di giustizia verso chi lo svolge. È un atto di responsabilità verso tutti noi.
Chi è Davide Damiano
Laureato in Economia all'Università Cattolica di Milano, Davide Damiano è presidente di Pandora Cooperativa Sociale, realtà milanese specializzata nell'inserimento lavorativo di persone fragili: detenuti, ex detenuti, persone in percorsi di recupero dalle dipendenze e soggetti in condizione di svantaggio. La cooperativa opera tra l'altro all'interno del carcere di Monza, dove gestisce laboratori produttivi, e ha sviluppato anche progetti di imprenditoria sociale innovativa.
Già impegnato in Federsolidarietà e in Confcooperative, Damiano è da sempre convinto che il modello cooperativo sia una forma di «capitalismo popolare»: un'imprenditorialità radicata nella vita concreta delle comunità, capace di generare valore sociale ed economico insieme. Nel 2023 si era candidato alle elezioni regionali lombarde nella lista Noi Moderati, segnalando la sua volontà di portare l'esperienza del sociale anche nella dimensione politico-istituzionale.
È neoeletto presidente di Federsolidarietà Milano e dei Navigli, la federazione che rappresenta le cooperative sociali italiane.